Anche se in buona parte del mondo occidentale la condizione delle persone LGBT è sensibilmente migliorata, in diverse parti del mondo i rapporti omosessuali sono pesantemente criminalizzati. In diversi casi, mancando anche una piena consapevolezza della differenza fra orientamento sessuale e identità di genere, le persone omosessuali e le persone transgender non vengono considerate due categorie distinte, e per estensione le leggi contro i rapporti omosessuali vengono applicate anche a chi esprime un'identità propria del sesso opposto. Inoltre, molto spesso, viene perseguitato anche chi mostra "atteggiamenti" omosessuali o chi promuove in qualche modo questo "stile di vita" (ad esempio creando organizzazioni o punti di ritrovo). Come potete vedere dalla mappa sottostante (se ci cliccate sopra potete ingrandirla) sono ancora molti i paesi che puniscono omosessualità e transessualità, e in alcuni casi possono arrivare anche alla pena di morte.
Le persone LGBT che vivono in questi contesti non hanno molte possibilità: possono reprimere la loro natura, tentare di assecondarla di nascosto oppure scappare nella speranza di trovare un futuro migliore altrove. Tuttavia anche chi cerca di non farsi scoprire può commettere dei passi falsi, o comunque non riescire a simulare una vita eterosessuale per sempre. Se a questo aggiungiamo che tante volte sono le autorità che si danno da fare per scoprire chi compie atti omosessuali, e che sovente sono le stesse famiglie delle persone LGBT a perseguitarle e a minacciarle di morte (una volta che le hanno scoperte), si può intuire che non sono poche le persone LGBT che provano la via della fuga. Anche se, per tanti motivi, questo tipo di migrazione resta praticamente invisibile.
Il primo motivo è che in molti casi i migranti hanno una conoscenza molto sommaria dei paesi in cui arriveranno, e anche se sanno che potranno essere più liberi non sanno fino a che punto possono esporsi, a partire dal momento in cui devono formalizzare la loro eventuale richiesta d'asilo. Infatti capita spesso che non dichiarino il vero motivo per cui hanno lasciato la loro patria, col rischio di essere poi respinti anche se avrebbero titolo per diventare dei rifugiati (in quanto appartenenti ad una minoranza perseguitata nella nazione da cui sono scappati). In alcuni casi quelli che provengono da contesti più informatizzati partono avvantaggiati, ma non si può generalizzare.
Il secondo motivo è che hanno paura di esporsi con i propri connazionali, anche perchè - oltre a rischiare ripercussioni di tipo omofobico (che possono iniziare già durante la permanenza nei centri di accoglienza) - rischierebbero di compromettere la fragilissima rete di supporto "etnica" a cui potrebbero accedere nel paese che li ospita. Così iniziano a vivere di nascosto la propria condizione, puntando unicamente sul maggiore anonimato che può garantire il fatto che vivono in un paese straniero. Spesso non parlano della loro omosessualità nemmeno con i loro referenti nei centri di accoglienza, anche perchè non sanno come potrebbero reagire (e in alcuni casi, effettivamente, si trovano di fronte a persone del tutto impreparate a rapportarsi con delle persone LGBT e con le loro specifiche problematiche).
Il terzo motivo è che non hanno idea della rete di supporto - specifica per i richiedenti asilo LGBT ed esterna ai centri di accoglienza - a cui potrebbero avere accesso, anche perchè in Italia non è ancora diffusa in maniera capillare e comunque non è ancora molto conosciuta (CLICCATE QUI per avere un'idea più precisa). Tantopiù che questi migranti provengono da contesti in cui non è nemmeno concepibile che possa esistere una rete di associazioni che offrono supporto per le persone LGBT.
Quindi quando questi migranti arrivano in Italia possono avere delle concrete difficoltà ad emergere in quanto omosessuali (per le persone transgender il discorso è leggermente diverso, ma per certi aspetti più complicato, visto che quasi sempre vengono ripartite nei centri di accoglienza a seconda del loro sesso biologico), e questo può compromettere fin da subito il loro percorso per ottenere il permesso di soggiorno (a cui avrebbero diritto), per integrarsi e per costruirsi una vita migliore. Senza contare che anche un'eventuale scelta di visibilità, se non accompagnata dal giusto supporto, potrebbe determinare una serie di difficoltà e rischi supplementari.
Per questo motivo, e soprattutto considerando il particolare momento storico che sta attraversando l'Italia, il ruolo delle associazioni di volontariato nei percorsi di accompagnamento e integrazione per i migranti LGBT è estremamente importante. Anche e soprattutto se rientrano nella categoria dei richiedenti asilo e dei rifugiati.
Al momento il Nido del Colibrì di Piacenza ha avuto modo di rapportarsi con circa cinquanta richiedenti asilo provenienti da Nigeria, Gambia, Somalia, Camerun, Costa D'Avorio, Ghana, Afghanistan, Pakistan, Siria, Senegal, Armenia, Libia e Bangladesh, attualmente residenti nel territorio di Piacenza o nelle provincie limitrofe. Molti di loro hanno scelto di frequentarci non solo per una questione legata ai servizi che offriamo, ma anche per provare a costruire dei legami nuovi e una famiglia elettiva anche nel nostro Paese.



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